
Un teatro senza teatro.
Che paradosso, vero?
Un quasi-spettacolo.
Come se lo fosse, ma fuori copione, senza titolo, prove libere di un teatro che vuole rompere le categorie e anche un po’ le scatole.
Un teatro sospeso come una mongolfiera in aria, da cui guardare da una prospettiva diversa le cose del mondo, ma guardarle per davvero.
Un teatro in cui forse non c’è niente da recitare, perché è di autenticità che abbiamo bisogno.
Insomma, il teatro è chiuso, ma per apertura.
Perché questo teatro ha bisogno di raccontarsi.
Potrebbe sembrare strano, ma è tutto qui.
“Questo non è uno spettacolo”, in un gioco metateatrale, vuole essere una riflessione sul teatro sociale e sul ruolo che può giocare nelle vite delle persone che lo animano. Si tratta, infatti, di un teatro in cui la performance gioca un ruolo secondario rispetto al processo, in cui, in altre parole, l’importante non è lo spettacolo, ma il benessere percepito e le ricadute verso l’esterno.
Il teatro sociale non si occupa di produrre spettacoli. Si occupa, invece, della creazione di luoghi in cui si può stare bene e in cui ci si può esprimere, tutti, indistintamente.
Il Gruppo Stranità è un luogo di questo genere, in cui anche chi è più fragile (o viene socialmente considerato inadatto) si porta sul palco come attore competente, sostenuto da un gruppo che fa del “non giudizio” la propria pratica quotidiana.
Lo spettacolo, oltre a svelare in maniera scanzonata i meccanismi del teatro e della rappresentazione, mostra con grande verità un’inclusione reale e vissuta, rendendo accessibile, nelle parole semplici di attori-cittadini, il grande tema dell’importanza della cura, (della salute mentale e, più in generale, delle persone e delle comunità).











