VOGLIAMO RICORDARLO COSI’

Quando:
14 Marzo 2015@21:00
2015-03-14T21:00:00+01:00
2015-03-14T21:30:00+01:00
Dove:
TEATRO DELL'ORTICA
Via Salvador Allende
48, 16138 Genova
Italia
Costo:
INTERO 8 € RIDOTTO 6 € | SOCI NUOVO CIEP 5 €
Contatto:
TEATRO DELL'ORTICA
010 8380120

Senza-titolo-2
Teatro Ziben

drammaturgia Elisa Occhini
regia Elisa Occhini
con Giancarlo Mariottini, Elisabetta Granara, Carlo Strazza
musiche originali Alessandro Sola
foto Maddalena Ferri
luci Francesco Ziello
residenza artistica Caffè della Caduta (TO), Teatro dell’Ortica (GE)
grafica EVES vision

Tre fratelli si rincontrano in occasione della morte del nonno. L’appuntamento è nella casa del defunto, inspiegabilmente vuota, non fosse per un vecchio freezer. La casa diventa scenario di una festa di compleanno a sorpresa, che si trasforma presto in un grottesco gioco di ruolo, dove a turno ognuno recita la parte del morto. Il rito funebre diventa così un’ironica prosecuzione della vita stessa, in cui ritrovare l’ultima occasione per affermare ciò che si è stati in vita.

Gli oggetti e le parole con cui i tre fratelli si avvicinano alla morte e quindi all’aldilà, sono sempre oggetti e parole dell’aldiqua: fiori, marce funebri, fotografie, post-it… Preparano il vestito migliore, il cero acceso e poi via, alla tomba di famiglia, dove li stanno già aspettando! Tra una birra e una preghiera, la loro fragilità è mostrata in filigrana, facendo da contrappunto alla vita che intanto, inesorabilmente, va avanti.


Note di regia e di drammaturgia
La morte: uno degli ultimi tabù rimasti. Ne sentiamo parlare tutti i giorni come di un fatto tragico, eccezionale, sconvolgente. Siamo così abituati a morti scandalose e spettacolari che ci siamo disabituati a considerare la morte come l’elemento fondamentale per rendere la vita degna.
Ho preso una foto di famiglia: tre fratellini in un cimitero di montagna che si fanno fotografare senza badare alle lapidi a pochi passi da loro. Questa vicinanza di vita e di morte e la sfacciataggine infantile con cui la prima ignora completamente la seconda, sono stati i punti da cui partire per indagare il rapporto con la morte e quello tra fratelli. Nell’unione di queste due macro-tematiche, si è scelto di considerare il funerale come un evento familiare in cui si mostrano e si rafforzano i legami. La scrittura è arrivata così durante le prove, in una collaborazione tra me e gli attori.
Lo spazio vuoto caratterizza l’intera messa in scena e i personaggi sono come figurine incollate su una scatola nera, da cui emergono con maggiore intensità i pochi oggetti e i colori accesi dei cappelli e degli occhiali.
Nella casa del nonno, i protagonisti tornano un po’ bambini e giocano a trasformare gli oggetti a loro piacimento: il tavolo diventa feretro, le birre dei porta-candele, i palloncini dei fiori. Il vuoto della casa è così goffamente riempito, con oggetti “vivi”, ma soprattutto con tante parole.
I dialoghi serrati si susseguono vorticosamente, in una rapidità che lascia senza fiato. Questo parlare incessante, innaturale come una festa a sorpresa nel giorno di un funerale, viene smascherato in rari momenti di verità in cui per poco tempo, i protagonisti mostrano quello che realmente provano in quel momento, che però resta segreto agli altri. Il loro rapporto si costruisce così sulla vacuità di parole banali e inadeguate, atte ad esorcizzare la morte e la paura della solitudine.
Abituarci alla morte – quella che colpisce tutti, senza cattiverie o crudeltà, senza stravaganze, senza tragedie – significa poterne ridere. La risata e l’ironia sono memorandum che ci ricordano che non siamo prigionieri in questo mondo, bensì suoi inquilini precari.
Elisa Occhini

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