LAVORO E PENSIERO SCIENTIFICO IN VALPOLCEVERA, E NON SOLO


di Alberto Diaspro | Director of the Department of Nanophysics at the Istituto Italiano di Tecnologia (IIT)


Articolo parzialmente tratto dalla rivista “La citta” diretta da Luca Borzani


Premessa

“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America. La sera, dopo il lavoro, e le domeniche, si era fatto aiutare dal cognato, muratore, brava persona… prima aveva in mente qualcosa in compensato, poi… gli ha preso un po’ la mano, ha fatto l’America…”  (A.Baricco, “Novecento”, Feltrinelli 1994)


 Parte prima

Il lavoro e non solo, la Valpolcevera partenza e ripartenza per ripensare agli errori e riprogrammare il futuro partendo da una realtà concreta che richiama lavoratori e getta un ponte verso gli Erzelli avendo gemmato in tutto il Paese e unendo con quel ponte la Valpolcevera al cuore della Città dove dal mare del centro storico al mare di Albaro pulsa l’Università di Genova e alle torri del CNR di fronte alla Lanterna. Lanterna simbolo della Città da cui in molti sono partiti e  tornando hanno esclamato “per primi”, anche senza essere in un romanzo di Baricco, “la vedo”.  Lanterna che segna le migrazioni e i migranti da sempre, simbolo di una civiltà in movimento che dal mare cerca e trova approdo senza chiedere che lingua parli ma intuendo quella che parlerai. Porti aperti, sempre, non potrebbe essere differente, per la natura stessa del porto e per quella terra che è di tutti, per tutti un approdo o un punto di partenza. Habib,  حبيب , è “amato”. Cabibbo non è solo “l’angolo di Cabibbo” che ha valso il Nobel ad altri ma non a Nicola Cabibbo, il fisico italiano cui si deve l’intuizione e l’uso nello studio della fisica delle particelle. Cabibbo non “il Gabibbo”, con quella cocina, la cantilena, che fa riconoscere i genovesi nel loro interpretare le parole da dire. Cabibbo è una parola genovese che ha a che fare con il lavoro, e’ l’appellativo che i marinai genovesi davano agli scaricatori eritrei, tra il porto di Massaua e la baia di Assab dove “trafficava” nel mar Rosso il genovese Raffaele Rubattino, per i quali il nome Habib era diffuso come Genova un Parodi o un Pastorino.  Il termine è anche usato, inevitabilmente per via della natura umana, come scherzoso o dispregiativo, nel dialetto giuliano sostituisce il “terun” milanese. Nei laboratori di ricerca le idee hanno automaticamente cittadinanza del luogo e le persone, qualunque sia la lingua madre, considerano quella terra capestata la loro terra. All’Istituto Italiano di Tecnologia, terminata la costruzione dei laboratori tra il 2006 e il 2009, spostate macerie e imbiancati i muri, le ricercatrici e i ricercatori sono cresciuti da circa 200 fino a 1700. Oltre 1000 nel genovesato, la città metropolitana, tra Morego, San Quirico e Erzelli dove la popolazione innestata ha una media di 33 anni, viene da 60 paesi differenti e scala la parità di “genere”, senza che sia un obbligo ma realizzando soluzioni concrete come asili nido e ristoranti per uomini e donne e la loro prole, oggi nella ragione di un 58% verso il 42% rispettivamente. Sono stati pagati circa 12800 anni di stipendio e formati 900 studenti di dottorato di ricerca. Una popolazione che ha “invaso” la città metropolitana scegliendo a volte la tranquillità delle colline vicino ai laboratori, altre volte il clima migliore del lungomare o il centro storico più popolato d’Europa. Sampierdarena, Pontedecimo o Bolzaneto a ospitare giovani ricercatrici e ricercatori insieme a tante altre zone con una predilezione per la vicinanza alla metropolitana o alla stazione ferroviaria. Genova, senza alcuna autocritica e in modo indipendente dal governo corrente della città, non ha pienamente compreso prima e ora la crescita delle esigenze in mobilità dei lavoratori della ricerca. La provenienza da 60 paesi fa si che la percezione della distanza tra l’abitazione e il luogo di lavoro sia differente. In India o negli Stati Uniti un trasferimento su un mezzo pubblico per mezz’ora non è considerato come la traversata del globo terracqueo. Se andate a Heidelberg o a Gottinga arrivate in un aeroporto lontano, poi un treno vi porta in centro in una o due ore e poi trovate un servizio pubblico verso i laboratori. Un servizio che serve i ricercatori e i cittadini comuni. Se la distanza o il tempo non sono un insormontabile problema, potere disporre di una infrastruttura per la mobilità è tipicamente apprezzato. Nessun fastidio in effetti a fare un giro “turistico” con il bus nr.7, dopo avere preso la metropolitana fino a Brin, ma una città che si organizza per un fenomeno in  crescita è altra cosa. Serve una progettualità che riguardi i trasporti e gli aspetti residenziali. Serve una politica che connetta fisicamente la popolazione residente con quella “in transito”, culturalmente e socialmente. Sarebbe interessante conoscere i progetti per la  Valpolcevera, Erzelli e la città metropolitana. La non fatale vicenda del Morandi offre la possibilità reale di progettare un nuovo sviluppo non solo in Valpolcevera ma per tutta la Città. La progettualità non mi pare, però, ancora delineata forse perché obnubilata dal velo di una quasi permanente campagna elettorale e da una mancata autocritica rispetto al passato, almeno quello recente. Autocritica non vuol dire autoflagellazione pubblica per errori o occasioni mancate. Autocritica significa analizzare il passato cercando di costruire un futuro che sappia trarre giovamento dal riconoscimento di errori e occasioni mancate in relazione al contesto in cui si sono sviluppate.

Il lavoro e il lavoratore al centro dello sviluppo della Città dovrebbero essere un tema protetto da proclami e dotato di fatti. Per questo ritorno alla relazione con lo sviluppo del pensiero scientifico e della tecnologia che cercano di abbracciare Genova, con pazienza in fondo.


Parte seconda 

Genova, come tutte le città del mondo, è calata nel passaggio dall’industria 1.0 fino a quella 4.0. Dall’industra 1.0 all’industria 4.0 il lavoro è passato per la meccanizzazione, l’elettricità, la produzione di massa e la catena di montaggio, il calcolatore elettronico analogico e digitale e l’automazione per arrivare alla cibernetica, l’interazione uomo-macchina. Dell’interazione uomo-macchina Genova si trova ad essere capitale insieme a tutto lo sviluppo scientifico e tecnologico che hanno contribuito e contribuiscono alla crescita dell’umanoide più empatico del mondo, iCub il cucciolo di robot, che dal gattonare di ieri è passato all’intuizione, a quelli sviluppi cognitivi che vanno oltre la capacità di camminare o di offrire un pezzo di focaccia. Purtroppo ci troviamo ancora ad affrontare l’impreparazione di chi dovrebbe praticare l’arte e la scienza di governo. L’impreparazione o quella che penso sia definibile come “dilagante ignoranza” porta in alcuni casi a compiacimento dell’essere ignoranti  o a tentativi, bugie dalle gambe corte scriverebbe Collodi, di evocare nuove, in fondo vecchie, paure. Paure come quelle innescate per il migrante o per quel superamento di idea di genere ancora difficile da affrontare. La paura che il sopravvento della “tecnica” porti via lavoro e umanità. Il lavoratore può restare al centro, può essere attore principale se si dota di conoscenza. Il percorso non è semplice quanto ineludibile. La sintesi del rapporto OCSE è preoccupante non tanto perché attraverso grafici e tabelle mostra che un Paese fanalino di coda nel PIL, inalterato rispetto a 20 anni fa, e nei servizi pubblici per l’impiego ma perché si sottolinea la perdita di opportunità professionali e la crescita dei tassi di povertà assoluta. Si sottolinea, mi pare, una incapacità a comprendere il mutamento in corso.

Torno ai numeri che il mutamento porta nel genovesato, almeno quelli che rispecchiano l’impatto sul territorio della presenza dell’Istituto Italiano di Tecnologia. I dati delle persone in entrata a Genova sono di per se interessanti e l’idea di fondo è che possano contribuire a rendere positivo il saldo tra giovani che arrivano e giovani che partono. Questi poi potranno ripartire o tornare. I dati a complemento riguardano due situazioni specifiche: la capacità di attrarre ricerche di altissimo valore in sintonia con il piano strategico 2018-2023 dell’IIT e la creazione di imprese e posti di lavoro sul territorio a fronte degli esiti della ricerca di base e applicata sviluppata in questi anni e oggetto di trasferimento tecnologico. Nel prima caso si registrano 30 progetti competitivi cui è stato assegnato un finanziamento ERC dall’Unione europea che va al di là dei 25 milioni di Euro di dotazione poiché ognuno dei giovani ricercatori formerà un gruppo di ricerca dalle 6 alle 20 persone da reclutare attraverso le procedure consolidate dell’Istituto che passano per una offerta di posizione internazionale rispetto alla quale si applicano le procedure di selezione. I numeri tipici vanno tra 40 e 200 applicazioni per ogni posizione disponibile. Questo processo aumenta la visibilità di IIT e della Città. Il secondo aspetto riguarda il trasferimento tecnologico. Il percorso ha richiesto la maturazione dei risultati della ricerca e la finalizzazione dei risultati di alcune ricerche in brevetti. I meccanismi sono rigorosi per poter offrire stabilità nelle ricadute. Ad oggi sono nate  8 start-up nate in ambito IIT e 72 posti di lavoro che diventano oltre 120 per le 20 aziende sorte in territorio nazionale. Il fenomeno è in crescita e i numeri sono in predicato di acquisire zeri moltiplicativi. Le aziende contano su un “fundraising” significativo e un nucleo di personale di partenza interessante. Alle “piccole” aziende IIT si aggiungono i cosi detti “joint labs”, 18, che portano a Genova ditte più grandi nei laboratori genovesi. Le sedi operative vanno dal Greto di Cornigliano a Erzelli fino al centro città e Calata Cattaneo passando per Morego. Un vero e proprio abbraccio alla città metropolitana tra lo sviluppo di nuovi materiali e i microscopi di nuova generazione, tra le tecnologie riabilitative e l’industria farmaceutica fino all’impatto sul mercato ortofrutticolo e sulle vernici “green”.  Una prospettiva di sviluppo per le nuove tecnologie portuali, servizi per la salute e lo sviluppo di energia sostenibile. Non a caso i centri di Morego, Erzelli, San Quirico e San Martino declinano in modo specifico le loro caratteristiche di ricerca su “Convergent Technologies”, “Human Technologies”, “Robotics and Intelligent Systems” e  “Synaptic Neuroscience and Technology”. Idee e ricercatori in movimento e una aperta disponibilità a parlare nelle scuole, a raccontare ai giovani e meno giovani quello che si fa, giorno dopo giorno, cercando di realizzare sogni ed esperimenti.

Allora è lavoro e non solo, lavoro che cambia e fa cambiare con il suo cuore  pulsante in Valpolcevera a irrorare tutta la città. Mi pare uno scenario interessante, positivo, socialmente e culturalmente apprezzabile. Tuttavia vi è ancora molto da fare e penso che sia importante oggi ragionare sulle parole scritte da Laura Wronowski, nipote di Giacomo Matteotti, in una “Lettera sulla Democrazia” (Zita Dazzi, “Con l’anima di traverso”, Solferino editore 2019) indirizzata ad una giovanetta, a Tecla con cui condivide il giorno del compleanno pur negli 82 anni che le dividono. Tecla ancora non conosceva la Resistenza che ha segnato la vita di Laura, donna oggi ancora fortissima e determinata.  Così pare stridente che, nonostante lo scenario di cui abbiamo trattato,  Laura debba constatare che “C’è il razzismo verso gli stranieri, i politici vogliono muri, porti chiusi, nemici e capri espiatori da additare. C’è il bullismo nelle scuole, c’è l’ignoranza, il menefreghismo, l’abitudine ad avere tutto e a non sapere dare il giusto valore alle cose, ai sentimenti, alle persone. […] Io a diciannove anni sono entrata nella Resistenza. Ho una storia da raccontare. […] Mia madre, per fortuna, ci metteva in mano i libri. Noi siamo venuti su con i libri. Sarebbe bello che la storia della mia generazione non andasse persa, se venisse letta, se servisse a qualcosa.” 

Il progresso scientifico e il lavoro, la nostra umanità e il nostro futuro passano per queste parole, per avere saputo ascoltare delle storie e averne tratto insegnamento e poi avere raccontato nuove storie da cui imparare. Imparare, si, per la costruzione del senso critico a 360 gradi per poter contare su qualcosa che nessuno ci può portare via. Imparare dal passato per poter progettare il futuro. 

La discussione sui progetti è aperta ma consideriamo che una parte del danno fatto è già irreparabile.


 

 

 

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